Il pittore da tempo aveva smesso di dipingere, i soggetti erano diventati sempre più rari a causa dell'avvento della tecnologia digitale che produce ritratti perfetti (ma tutti uguali) in pochissimo tempo, in una società omologata e piatta, un pittore con estro e talento valeva ora poco o niente.
La modella cercava di farsi notare per cui rifiutava di somigliare ad altre modelle, voleva qualcosa di unico che ritraesse e mostrasse la parte più intima di sé. Sentì parlare del pittore da conoscenti comuni e volle provare.
Una volta trovato il pittore gli chiese di ritrarla; il pittore le chiese perché volesse che fosse lui a ritrarla e non uno degli artisti digitali, lei ci pensò e rispose, perché so che tu sai ritrarre meglio di chiunque altro le persone e i loro lati nascosti.
Il pittore lusingato, rimase interdetto e decise di provare, meglio questo che l'inattività di quel periodo.
Chiese alla modella quando fosse disposta a posare per il ritratto, la modella rispose che non avrebbe mai posato per lui, allora io non potrò farti un ritratto, dammi almeno una tua fotografia da seguire, niente, la modella non gli diede nessuna fotografia, senza giustificare la sua decisione.
Il pittore non si arrese perché ogni ritratto, ogni dipinto erano una sfida per il suo talento, una gara a scoprire e svelare. Sapeva dove la modella lavorava e in mancanza d'altro decise di osservarla durante la sua giornata.
Da quel giorno passarono settimane in cui, provò a convincere di nuovo la modella a posare per lui ed il suo ritratto, spiegandole quanto più accurato sarebbe stato se avesse deciso di posare per lui anche per poco. Non avendo altro riscontro che un rifiuto, proseguì con l'osservazione. Mattina pomeriggio e sera la sua mente, le sue mani e la sua tela erano dedicati alla modella, per giorni poté osservarla, stanca, annoiata, arrabiata delusa e contenta, ma sempre con gli altri, mai con lui.
Nel suo studio prendeva forma il ritratto, giorno per giorno, notte per notte, ma nella sua mente c'era solo e sempre lei.
Ogni tanto si fermava ad osservare il lavoro, si allontanava un po' per focalizzare meglio contorni e colori del ritratto, malgrado non fosse particolarmente vanitoso, dovette riconoscere che il ritratto stava venendo davvero bene, credeva di aver colto la vera essenza della modella che ora gli appariva bellissima in ogni dettaglio, pensava che lei sarebbe stata davvero soddisfatta del risultato, e non vedeva l'ora di farglielo vedere per sentire il suo parere.
Passarono diversi giorni, il pittore decise che il dipinto meglio di così non sarebbe venuto ed era quindi giunto il momento di consegnarlo.
Confezionò con cura il dipinto e lo fece consegnare alla modella. Una volta certo che lei l'avesse ricevuto, rimase in attesa di un suo contatto, era pronto al suo giudizio e alle sue critiche, perché in mancanza di lei in posa e di fotografie, ma solo con la memoria e l'osservazione, temeva che molti dettagli fossero andati persi.
Attese, poi attese e attese ancora, finché stanco di attendere, andò dalla modella e le chiese se avesse visto il ritratto e cosa ne pensasse. La modella rispose che era stanca e non aveva avuto tempo di vederlo bene, ma lo aveva solo sbirciato, lo avrebbe guardato meglio più avanti e gli avrebbe fatto sapere.
Il pittore rimase ancora più interdetto e iniziò a sentirsi a disagio, non era abituato a veder snobbato ed ignorato il suo lavoro, soprattutto dal chi glielo aveva richiesto, decise comunque di attendere tempi migliori.
Passato altro tempo senza nessuna risposta, iniziò a sentirsi preso in giro, maledisse il giorno in cui aveva accettato quel lavoro che gli aveva fatto perdere tempo e sonno. In un ultimo tentativo, ormai deluso e arrabbiato decise di scrivere alla modella chiedendole il motivo del suo silenzio ed esprimendo con più veemenza del dovuto la propria opinione, ne venne fuori un messaggio rabbioso e rancoroso, ma il limite era colmo e si disinteressò delle conseguenze.
Dopo giorni incontrò la modella che lo ignorò senza salutarlo né parlargli, lo evito in ogni modo e da quel giorno in poi il pittore non ebbe più notizie o riscontri da lei, come se nulla fosse successo, come se lui si fosse immaginato tutto, invece no, non aveva immaginato proprio niente era tutto accaduto davvero, e tutto l'impegno, tutto il lavoro, tutto il tempo speso per realizzare il ritratto erano stati sprecati ed ignorati in poco tempo, come se valessero meno di zero.
Poi pochi giorni dopo ricevette in restituzione il dipinto, senza una lettera, una nota, nulla, un gesto vile.
Non riusciva a spiegarsi il motivo di tanto disprezzo nei suoi confronti, il silenzio usato come una vendetta.
Poi comprese di aver completamente sbagliato giudizio sulla modella, il ritratto era tutto sbagliato, prese un coltello e iniziò a distruggerlo, nella foga si ferì più volte, con le braccia piene di sangue prese una nuova tela e iniziò a schizzare tutto il sangue che usciva dalle ferite, strisce di rosso intenso gocciolavano dalla tela disegnando rancore e rabbia.
Prese un carboncino nero e tracciò di nuovo il viso della modella sul sangue, distorto da un ghigno satanico il vero volto di lei prese forma, vero come non lo era mai stato prima, il giorno e la notte, la tigre e il coniglio, col giallo illuminò meglio i suoi occhi profondi e sprezzanti, freddi e distanti, ne venne fuori un'immagine lugubre, scura e pesante dove solo il sangue come corallo sembrava vero e umano.
Alla fine dell'opera il pittore aveva distrutto il quadro e il ricordo della modella che ora viveva nell'altra tela; finalmente libero da lei tenne per sé la soddisfazione di sapere che il suo vero ritratto lei non lo vedrà mai.