Non è di mostri che parliamo, né di esperimenti genetici, parliamo di amore, puro e semplice amore.
Non è importante distinguere tra gambe e zampe, la differenza la conosciamo già e restano sempre sei in totale, e ogni volta possibile camminiamo su sei zampe.
Per molto tempo furono solo quattro.
Dopo una settimana in coma, due settimane in rianimazione, una in terapia intensiva, un mese di ricovero in neurologia e quasi un anno in depressione, quelle zampe sono state quattro, mi trotterellavano intorno, salivano e scendevano dal letto e dal divano, mi cercavano, sempre; dallo stupore plastico degli psicofarmaci ogni tanto intuivo i suoi occhi, vicini, il suo muso che mi sbatteva sul viso, ogni tanto la lingua umida.
Ogni giorno, continuamente, accanto a me, poi i farmaci scalarono un po' di più ogni giorno, l'idea del suicidio si allontanò, di poco, ma non era più costantemente presente, non come le sue zampe e il suo muso.
Ovviamente qualcuno pensava a lui e ai suoi bisogni, io non potevo malgrado l'avessi fatto per anni.
A strapparmi da quel velo di stupore plastico, furono le sue zampe con la loro ossessiva presenza quotidiana, finché una prima reazione si fece largo in me, non fu né facile né graduale, fu rabbia e furore, un dolore per aver perso gran parte di me, del tempo che non mi sarà restituito.
La voglia di abbattere porte, mura e finestre e di urlare fino a non sentire più la mia voce.
La paura, ho paura di tutto: i rumori, la luce, e di cadere, che mi possa sfuggire di mano il guinzaglio, misero una medaglietta al collare con il numero telefonico di mia moglie, perché, disse, se ti succede qualcosa in strada almeno possono chiamare. SE TI SUCCEDE QUALCOSA. Poi precisò, per riportare il cane a casa.
La prima volta che attraversai la strada con lui (lui si chiama Dylan), mi tremavano le gambe e ancora non camminavo bene. Dylan aveva solo due anni ed era pieno di energia, irrequieto come era giusto che fosse, io ero stato il suo primo punto di riferimento prima di sparire, ora non c'era più la confidenza di allora, io faticavo a tenerlo vicino e lui faticava a stare al mio passo.
Tornai stremato più dalla preoccupazione che dalla fatica vera e propria, cibo, al cane, acqua al cane, OK fatto, lui è a posto, per me latte e biscotti che sanno di cartone bagnato, nausea, e di contorno nove compresse e una puntura sulla pancia.
Bestemmie e maledizioni, metà del corpo che non risponde più come prima, allo specchio un altro.
Tre uscite al giorno, scelgo l'alba, il mezzogiorno e il tardo pomeriggio, le sei le dodici e le diciotto; ecco la mia nuova vita scandita dai ritmi di un cane, dai farmaci e dalle bestemmie.
Fu allora che le zampe diventarono sei, due incerte e quattro vivaci, le passeggiate si allungarono, lui reggeva bene, io un po' meno, finché cominciai a recuperare fisicamente, e poco alla volta a reagire.
Alba mezzogiorno e tardo pomeriggio, ogni stagione tranne l'estate quando eliminammo il mezzogiorno troppo caldo spostando tutto più avanti.
Da dodici anni ogni giorno io con lui, lui con me, ma io il cane non lo volevo, l'ha voluto mio figlio, non lo volevo ma da dodici anni fra alti e bassi lui c'era, moglie e figlio non sempre, perché le persone non le puoi dare per scontate mai, su di lui invece ho potuto fare sempre affidamento, il giorno in cui mi dissero del tumore e del bisogno di operarmi, la famiglia era partita per le vacanze, lui era a casa ad aspettarmi.
Bestemmie e maledizioni ma si va avanti, spaccando porte muri e finestre se serve.
Una mattina di circa un anno fa, alle sei come al solito lo vado a svegliare, non è nella cuccia, è sotto al tavolo, lo chiamo piano per non svegliare mio figlio, non si muove, mi avvicino e per terra macchie di sangue e urina, lui disteso in mezzo alla sua pipì e al sangue, non si muove. Io muoio quel giorno più degli altri.
Mi siedo accanto a lui in casa solo mio figlio che dorme, io senza soldi né auto per portarlo in pronto soccorso, sono costretto ad aspettare per chiamare il veterinario, lì tra piscio e sangue me lo avvicino e me lo coccolo un po' sperando reagisca, mi guarda e chi c'è passato sa che sguardo hanno gli animali in quello stato.
M'è rimasto un soffio di vita e solo potessi lo darei a lui, bestemmie maledizioni e preghiere, per la prima volta in dodici anni prego il Dio in cui non credo, lo stesso che ho bestemmiato fino a poco prima.
Finalmente chiamo, il dottore mi dice che così lui non può fare nulla, è inutile anche visitarlo, lo prego almeno di vederlo, mi incazzo e mi dice di portarlo in clinica, gli spiego che non posso, poi lo sfanculo, cerco un altro numero in zona, per fortuna una dottoressa gentile mi dice di portarlo, non è molto distante, lo avvolgo nel suo asciugamano, lo prendo in braccio e parto a piedi, e sono di nuovo su due gambe, mi affretto perché non so se e quanto resisterà ancora.
Finalmente lo visita, ed esegue una ecografia con uno strumento di emergenza, problemi alla prostata e alla vescica, urge ricovero, mi consiglia una clinica non troppo distante.
Torno a casa, informo la famiglia e tutti stabiliamo che sticazzi magari questo mese non si mangia ma Dylan va in clinica.
Una settimana a camminare su due gambe, incerto e preoccupato, gli preparo un po' di pasti perché ormai mangia solo carne fresca cucinata, e li porto in clinica.
Una settimana che dormo da solo e non sento le unghie sul parquet, a casa un asciugamano pieno di sangue e tutte le sue cose tranne la sua palla che gli abbiamo lasciato in clinica.
Una settimana, poi l'incubo finisce e può tornare a casa, una terapia farmacologica e tutto passerà in breve.
Finalmente si torna a camminare a sei zampe, entrambi più lenti e meno vivaci di prima, ma sempre insieme perché ormai noi siamo da soli in due, come fossimo uno.