QUINDICI VENTISETTE

INCUBI ORRORI E ALTRE STORIE

E il grande occhio si chiuse.

Segno che la bestia dormiva, finalmente; l'aria intorno si alleggeriva dai pesanti effluvi di morte finora presenti.

Diciamo subito che quella di essere sbranato vivo non è una mia particolare aspirazione; se questo poi deve avvenire ad opera di quella bestia immonda, di quell'essere repellente, diventa una questione di puro orgoglio cercare di sopravvivere con tutte le mie forze e, magari, tentare di sconfiggere il nemico di sempre.

In realtà ben poca cosa sarebbe la mia vittoria: troppi ce ne sono, di mostri, per sperare di liberarsene; troppi ne sono arrivati, dai Mondi lontani e ci hanno invaso, cacciato, ucciso.

La mia intera famiglia sterminata, gli amici rinchiusi in gabbie anguste, la solitudine e la fuga continua nella speranza di una salvezza che non arriva mai...

Ancora poche ore e la bestia si sveglierà, e ricomincerà la caccia; troppe poche ore per riposare, per riflettere, per organizzare una difesa adeguata: di nuovo io e la bestia faccia a faccia, con tutti i sensi tesi a carpire un odore, un rumore, seguendoci senza vederci ma sapendo di esserci, fino al momento estremo, quando uno dei due prevarrà e all'altro, pazzo di terrore, non rimarrà che il tempo di annegare in un urlo di morte.

So di essere vicino alla fine, ma non mi arrendo; in tempi lontani colonie di nostri simili vinsero e conquistarono i loro spazi, i loro territori; allora non esistevano ancora i mostri di adesso, più equilibrio regnava tra le forze avverse e non poche vittorie ci videro protagonisti.

Poi, col tempo, intere armate di mostri arrivavano a noi sulle loro astronavi da ogni direzione e ci invadevano, imponendosi con la forza senza cercare nemmeno per un attimo il dialogo.

Ci siamo.

La bestia è vicina al risveglio, ed io sono distrutto: non so per quanto ancora resisterò, per quanto ancora vorrò resistere prima di abbandonarmi alla fine.

Ora è sveglia, io sento lei e lei sente me; la vedo fendere l'aria coi suoi sensori, la guardo muoversi attorno, piano: ha fame, e il suo cibo sono io.

Quando si accorgerà di me dovrò correre senza nemmeno voltarmi, senza rallentare un istante, correre, correre, correre temendo il momento in cui sentirò su di me la bestia e il suo ultimo muto ruggito: e allora saprò che la fine è giunta.

La mia sola speranza è raggiungere una delle uscite di questo labirinto prima che la bestia mi sia sopra e, se sarò fortunato, potrò sopravvivere fuori di qui; intendiamoci, la salvezza non è certa, ma meglio, molto meglio rischiare la fine fuori di qui che per mano del mostro: mille volte meglio...".

 

La bestia volse intorno i suoi mille occhi ciechi e lentamente cominciò a muoversi; la sua massa spostava ondate d'aria tutt'intorno e persino le pareti sembravano vacillare sotto il suo peso: se mostro era mai esistito, questo ne era senz'altro il discendente più degno; fiutava l'aria circostante dai fori del suo corpo, udiva i rumori da mille piccoli orecchi e l'aria stessa sembrava penetrarlo e nutrirlo; il suo goffo andamento diventava all'improvviso leggero e spedito per poi subito dopo tornare lento e trascinato.

Il mostro amorfo era di nuovo a caccia e un istinto primordiale lo rendeva un nemico temibile e imbattibile: era mosso dalla coscienza di un compito supremo, dall'obbligo di colpire il suo nemico sempre ed ovunque.

Senza che un pensiero lo attraversasse, senza che un dubbio lo trattenesse, il mostro era pronto a colpire di nuovo e, pure senza vederla, seppe che la sua preda era lì.

 

La preda tremava.

Non per paura vera e propria; era il pensiero della sua orribile fine che rendeva impossibile qualsiasi controllo sugli arti; era il pensiero di essere non sbranato, no, ma inglobato, assorbito dal mostro; era l'idea di diventare parte inseparabile del mostro che lo rendeva folle di rabbia impotente: non solo il danno estremo della fine, ma la beffa paradossale di divenire appendice inseparabile del mostro.

Questo pensiero lo fece muovere, infine.

Scattò in una corsa sfrenata innanzi a sé, correva come mai aveva corso ma sebbene quasi volasse la sensazione che tutto fosse rallentato, che i suoi passi fossero troppo lenti e pesanti lo rendeva folle di panico.

Dietro sentiva il vuoto tra sé e il mostro, e ad ogni passo aveva l'impressione che questi s'avvicinasse e che ora l'avesse quasi raggiunto: allora tendeva ogni muscolo del suo corpo e correva più forte, chiudeva gli occhi e correva, stringeva i denti e correva: potendo, avrebbe voluto urlare per liberarsi del terrore che lo possedeva.

La mole del mostro aumentava di volume ad ogni metro, la sua massa pulsava consapevole della imminente vittoria e, inconsapevolmente, ne godeva.

Fu un attimo, e il mostro fu sopra la preda; l'urlo sordo rieccheggiò tra gli angusti meati: poi, tornò il silenzio.

 

***

 

Molly si svegliò di soprassalto.

Ebbe la netta impressione di aver udito, nel sonno, un urlo dentro di sé; toccandosi la fronte, si accorse che la febbre era svanita, segno che l'influenza stava passando.

Guardò l'ora: le ventiquattro erano da poco passate, e Molly decise di rimettersi a dormire.

Addormentandosi riflettè, chissà per quale motivo, sull'eterna battaglia di quei microscopici mondi che vivono nel corpo umano, di come un piccolissimo virus possa compromettere la salute umana e di come gli anticorpi lavorino per stanarli e sopprimerli.

Gran bella macchina, il corpo umano...